Autore: Fabiana Grassi

 

Negli ultimi anni il mondo intorno a noi ci ha abituati a contenuti sempre più in linea con i nostri gusti: i cookie aiutano a presentarci contenuti sponsorizzati che rispecchiano quello che ci interessa, una decina di like su Instagram a video di cucina porteranno l’algoritmo a mostrarci schermate piene di ricette, un paio di ricerche su Google per gli orecchini da regalare a tua sorella e su tutti i social media e le piattaforme che utilizzerai ti ritroverai pubblicità di orecchini per giorni. Le piattaforme di streaming ci chiedono cosa ci piace, se quello che abbiamo appena guardato ci è piaciuto e ci consigliano contenuti simili che, solitamente, finiscono poi per piacerci. Piani personalizzati, offerte su misura… insomma, contenuti sempre adatti a noi.

Un mondo personalizzato in ogni suo dettaglio

In questo modo abbiamo l’impressione che tutto graviti intorno a noi, all’individuo fruitore che regna sovrano sul suo personale mondo su misura. Da qui scaturisce il fenomeno noto come “What About Me”, ovvero quella sensazione che ci assale quando, in mezzo a tanti contenuti che sembrano fatti appositamente per noi, troviamo qualcosa che non si sposa con i nostri gusti.

Vediamo un esempio classico per capire meglio: non mi piace la zucca, sono su Instagram e vedo un video di una ricetta di gnocchi di zucca con parmigiano e pancetta, commento chiedendo: “E se non mi piace la zucca, cosa faccio?”. Alla base di questo impulso di commentare per chiedere un’alternativa per un mio gusto personale c’è il fatto che quel contenuto non è in linea con le mie aspettative, che normalmente sono sempre soddisfatte grazie all’alto livello di personalizzazione di quello che mi viene proposto.

Gli effetti del What About Me sulla creazione di contenuti

Le aspettative degli utenti sono sempre più alte, e negli ultimi anni i digital creator si sono trovati sempre più spesso a dover affrontare il problema dell’inclusività della fruizione dei propri contenuti. Questo ha portato a diverse tendenze, soprattutto sui social media: il linguaggio inclusivo e i sottotitoli, ad esempio, permettono a tutti non solo di potersi godere un video in qualsiasi situazione, ma di sentirsi anche rappresentati.

Tuttavia, quando si tratta dei gusti personali, la situazione si complica. Non si possono includere tutti, ma ecco che l’esempio della cucina torna di nuovo utile: quasi ogni ricetta oggi è commentata da tantissimi utenti con contributi “sterili”, fini a sé stessi, che non aprono un dibattito e non danno informazioni costruttive, come ad esempio “sembra buonissima, peccato che non mi piace il pomodoro“ o “eh però in casa non ho le uova”. Si tratta di una reazione dettata da un bisogno inconscio di inclusione, che giustamente deriva dal fatto che ogni giorno veniamo messi al centro, protagonisti della nostra storia. E così, per fare contenti tutti, il food blogger che fa la ricetta degli gnocchi di zucca con parmigiano e pancetta deve elencare le alternative per celiaci, vegani, intolleranti al lattosio, chi odia la zucca, chi non ha la farina in casa, e chi più ne ha più ne metta. E se il contenuto è sicuramente più inclusivo, a volte viene anche un po’ snaturato. Sì, perché basterebbe cercare una ricetta diversa o passare oltre, anziché cercare di sostituire l’insostituibile.

Le implicazioni per la traduzione

Ma tutto questo cos’ha a che vedere con il mondo della traduzione? Le tendenze degli ultimi anni hanno influenzato anche la quotidianità dei traduttori, che sempre più spesso, ad esempio, si trovano a dover trovare alternative impersonali per evitare di usare parole non gender-friendly, ma senza rendere una frase involuta, cercando un equilibrio sottile tra inclusività e fluidità del testo.

Ma, come abbiamo visto, non si tratta solo di sentirsi rappresentati, ma anche di rispecchiarsi nel contenuto. Questo fenomeno ci fa anche capire quanto sia importante la traduzione per far sentire l’utente al centro: l’inclusività è anche linguistica, e se investo nella traduzione del mio prodotto ti dimostro che tu, fruitore, sei importante per me, che la tua comprensione per me è fondamentale e voglio che la tua esperienza sia completa e personalizzata.

La globalizzazione ha reso necessario adattare i contenuti per diversi mercati culturalmente e linguisticamente diversi, richiedendo competenze di localizzazione e una traduzione accurata e coinvolgente per raggiungere un pubblico sempre più vasto e diversificato. I traduttori devono essere non solo maestri della lingua, ma anche interpreti sensibili alle dinamiche globali e digitali in costante cambiamento. Questa finezza, peraltro, è una prerogativa unicamente umana (almeno per il momento), quindi la traduzione automatica e l’intelligenza artificiale possono arrivare solo fino a un certo punto.

Trovare l’equilibrio per fare tutti contenti

In conclusione, la sensazione del “What About Me” nasce dalla personalizzazione crescente del mondo che ci circonda, portando con sé sfide di inclusività nella creazione e nell’adattamento globale dei contenuti. In un’epoca dinamica e incentrata sull’individuo, l’arte della traduzione si presenta come un ponte tra culture e linguaggi e diventa cruciale per dimostrare l’importanza dell’utente e offrire un’esperienza completa ed efficace. Trovare il giusto equilibrio tra personalizzazione e inclusività non è solo una questione di parole, ma anche di comprensione profonda delle dinamiche culturali e tecnologiche globali, che il traduttore deve saper trasporre insieme alle parole.

 

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